Abitare

Abito

Tu sei strana!
Tu sei particolare!
Mai conosciuta una come te!
Vado allo specchio. Al di là dei segni del tempo, nulla.
Nulla di strano, il naso naseggia, un sopracciglio si alza, il ciuffo sta bene dove sta.
Nulla, non ci sono maschere sulla mia faccia.
Non porto più nemmeno più gli occhiali da sole: per essere guardata e per guardare.

Ma ti si vede che sei particolare!
Niente, non trovo nulla di particolare nella mia singolarità. Il “tu sei” diventa un pungolo per osservarmi in modo ancora più sbilenco.
Osservo le mie mani, sono lunghe, ossute e curano, saltellano sui tasti, si occupano, cercano di liberare “a mano” il diaframma. Anelli. Non hanno velleità se non usarsi.

Poi per come ti vesti!
Il mio abito semplicemente compie il monaco e il suo macellaio. Mi spoglio e mi osservo. Ancora. Vestita sono ancora più nuda.
Due figlie mi hanno reso più bella – culotte de cheval – a parte.
Corpo tra i corpi, istoriato, annodato, sciolto e in parte depilato.

Per quel che dici e per come lo dici.
Mi spacco, mi crepo.
Tra l’abito e l’abitare c’è il cavernicolo che mi tiene in pugno, non si trova, non è comodo, inizia a scuotere la clava, si allena.
Poi prende legna per attizzare il fuoco e del carbone. Inizia a disegnare, cercare.
Abbiamo sete.

Che sia un abitare poetico, bagnato e con le stelle.

Ascolto.

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